Alla storia spetta il compito “titanico e nobile” di narrare il “come” delle cose; alla teologia, l’altrettanto essenziale responsabilità di svelarne il “perché”. In mezzo, il fluire del tempo e la vita reale, che Dio non annulla, ma “provoca” attraverso le figure dei santi, “anticorpi storici” e testimonianza concreta di una reciprocità operativa tra due ambiti, la teologia e la storia, troppo a lungo considerati incompatibili. Sono state queste alcune delle riflessioni proposte dal vescovo di Termoli-Larino, monsignor Claudio Palumbo, che questa mattina, 20 ottobre, ha aperto la seconda giornata del convegno “La santità nella storia”, organizzato dal Dicastero delle Cause dei Santi e in programma fino al giorno successivo presso l’Istituto patristico Augustinianum di Roma.
La storia, “spazio teologico”
Aprendo la sua prolusione, moderata dal capo ufficio del Dicastero, monsignor Gianpaolo Rizzotti, Palumbo ha richiamato una prospettiva già delineata da san Tommaso d’Aquino, ma largamente recepita soltanto in epoca moderna: la storia non è una “minaccia da cui difendersi”, bensì uno “spazio teologico in cui avviene il dialogo tra Dio e l’umanità, tra Chiesa e mondo contemporaneo”. Coltivare uno sguardo “sintetico” tra la fede e il corso degli eventi significa, dunque, vivere “la missione che il Risorto, sul terreno della storia, ha affidato e affida alla sua Chiesa”.
“Che cosa ha a che fare Atene con Gerusalemme?”
Il presule ha riconosciuto l’apparente incompatibilità tra i due ambiti di studio. “Da un lato c’è la storia: il regno del mutamento, del contingente, del frammento, dove tutto scorre e nulla resta identico. Dall’altro troviamo la teologia: lo sguardo rivolto all’Eterno, all’Immutabile, all’Assoluto che sovrasta il tempo. La domanda è: come possono dialogare il transitorio e l’eterno?”. Già a partire dal II secolo, la “tentazione” era quella della separazione: “Che cosa ha a che fare Atene con Gerusalemme?”, si domandava lo scrittore e filosofo cristiano Tertulliano. Nel corso del tempo, tuttavia, teologi e storici hanno maturato la consapevolezza della necessità di un dialogo. “Riconoscere la frontiera della diversità” è stato “il primo passo per scoprire che, pur parlando lingue diverse, le due discipline guardano lo stesso identico mistero: il cammino dell’uomo nel mondo”.
Sottrarsi al “non senso”
È nel vissuto dell’umanità, infatti, che risuona l’annuncio kerigmatico di Gesù. Esso si realizza nel delinearsi degli eventi, all’interno del quale Dio si fa conoscere “parlando agli uomini come ad amici”, ha spiegato monsignor Palumbo. “Se il cristianesimo è la religione dell’intervento di Dio nella storia, si può dire che la categoria della storia è introdotta in esso proprio da questo intervento. La storia diventa il tessuto stesso della Rivelazione”. La teologia, dal canto suo, si è offerta allo studio delle vicende umane come “ermeneutica”, ossia come “scienza dell’interpretazione”, sottraendole al “non senso” di una vicenda che, per riprendere l’immagine di Shakespeare, è “una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non ha alcun significato”.
La “mutua autonomia”
Il principio che lega teologia e storia è dunque quello della “mutua autonomia”, senza che l’una sia subordinata all’altra. “La storia offre alla teologia il contesto reale. Le ricorda che l’uomo non è un’idea astratta, ma un essere immerso nelle sfide del suo tempo: la povertà, le guerre, le transizioni tecnologiche, i mutamenti culturali. La teologia, dal canto suo, offre alla storia la direzione valoriale. Inietta nel flusso degli eventi storici una provocazione etica, un richiamo alla dignità intrinseca dell’essere umano, che nessun potere temporale può calpestare”.
Teologia radicata nel vissuto
Nella seconda parte del suo intervento, il vescovo di Termoli-Larino si è soffermato sul valore della santità, al crocevia tra teologia e storia. Essa, intesa come “vita di perfezione cristiana”, si colloca tra il divenire storico dell’umanità e la ricerca di una comprensione sempre più profonda dei contenuti della fede cristiana. “Le tante figure di santi, che la Chiesa propone alla devozione, ammirazione e imitazione di tutti i credenti, dimostrano la reciproca influenza che teologia e storia realizzano continuamente”. Come affermava il presbitero e teologo svizzero Hans Urs von Balthasar, “non c’è vera teologia se non è radicata nell’esperienza vissuta e santa”.
Sguardi sul cammino dell’uomo
In conclusione, le due materie di studio non si sono rivelate realtà incompatibili, ma due “sguardi diversi sull’uomo nel suo cammino” e nella sua relazione con Dio. “Nella storia della Chiesa è evidente come i santi hanno contribuito alla comprensione del mistero rivelato, all’intelligenza della fede, anche se magari non sono stati ‘teologi di professione’ o non hanno rivestito ruoli accademici. Un innegabile contributo dato alla teologia in ragione non solo del loro acume speculativo ma della loro santità vissuta o del carisma santo a cui appartenevano”.
Il metodo degli Acta Santorum
Dopo l’intervento di monsignor Sandro Corradini, già promotore della Fede del Dicastero delle Cause dei Santi, dedicato alla nascita della sezione storica della Congregazione dei Riti e alla riforma dei processi di beatificazione e canonizzazione, è intervenuto il padre gesuita Robert Godding, che ha affrontato le principali problematiche della ricerca documentale e archivistica, illustrandone gli strumenti. Il religioso ha ricordato come la disciplina abbia ricevuto un impulso fondamentale con Jean Bolland e gli Acta Sanctorum, un’opera i cui principi metodologici rimangono validi ancora oggi. Nella Praefatio Generalis veniva delineato un metodo fondato sulla ricognizione delle fonti, con l’obiettivo di censire i santi attraverso calendari e martirologi. Centrale era il principio dell’esaustività nella raccolta delle testimonianze relative a ciascun santo: non era sufficiente prendere in esame una sola Vita, scegliendo la più antica o la più completa; occorreva considerare tutte le fonti disponibili, o almeno quelle che apportavano elementi originali e informazioni altrimenti non documentate. Un lavoro di ricerca minuzioso che, ha spiegato padre Godding, aiuta a comprendere perché, nell’aprile 2025, l’UNESCO abbia iscritto gli Acta Sanctorum e il loro archivio nel registro internazionale “Memoria del mondo”.
Le sfide di digitalizzazione e IA
Un cambiamento fondamentale nel metodo di lavoro dei Bollandisti si è verificato nel 1876, con l’arrivo di padre De Smedt, ispirato dal rinnovamento delle scienze storiche e filologiche in Germania. Non era più sufficiente basarsi su uno o due manoscritti per pubblicare un testo agiografico: l’edizione critica richiedeva ormai il censimento di tutti i testimoni manoscritti, così da stabilire su quali basi elaborare il testo. Nel tempo, questi strumenti si erano ulteriormente evoluti grazie alla digitalizzazione e alla creazione di banche dati elettroniche. Guardando alle sfide future, padre Godding ha sottolineato come l’informatica e, più recentemente, l’intelligenza artificiale abbiano trasformato il lavoro di ricerca. Da un lato, queste tecnologie consentono di individuare dati difficilmente accessibili con i metodi tradizionali e possono aiutare, per esempio, a riconoscere eventuali plagi. Dall’altro, comportano il rischio di produrre informazioni inesatte: ogni dato non accompagnato da un riferimento alle fonti deve essere verificato. Vi è inoltre il pericolo della diffusione di contenuti falsi, non soltanto testi, ma anche fotografie, video e registrazioni audio.
I santi americani
Nel pomeriggio si è tenuta una tavola rotonda, moderata dal giornalista vaticanista Enzo Romeo, dedicata ai “santi che hanno cambiato la storia”. Per il continente americano è intervenuto il professor Guzmán Carriquiry Lecour, membro del Comitato Pontificio per i Congressi Eucaristici Internazionali e già segretario della Pontificia Commissione per l’America Latina. La prima figura presa in esame è stata quella di san Juan Diego Cuauhtlatoatzin (1474 circa – 1548) contadino azteco al quale apparve la Madonna di Guadalupe sulla collina del Tepeyac, nei pressi di Città del Messico, il 9 dicembre 1531. Un evento definito il “più importante nei cinque secoli di storia del ‘Nuovo Mondo’ americano”, verificatosi in un contesto segnato dagli abusi sistematici dei primi colonizzatori spagnoli. In questo senso, l’apparizione mariana rappresenta un segno del superamento delle barriere di separazione e disuguaglianza, poiché la Madonna “non appare né indigena né spagnola. È meticcia. Quei due mondi, fino ad allora sconosciuti l’uno all’altro, nemici, con tutti i presupposti per l’odio o l’accettazione fatalistica del vinto, e per i pregiudizi, il disprezzo e lo sfruttamento dei conquistatori, cominciano a riconoscersi”.
Il secondo santo presentato da Carriquiry Lecour è stato il gesuita e martire Roque González (1576 – 1628) appartenente a quella “schiera” di missionari che, a partire dagli anni Trenta del Cinquecento, si “lanciò nel tumulto” del continente americano, sbarcando in Perù e in Messico e ampliando progressivamente la propria opera. La loro missione diede così impulso, “nel cuore della giungla, a un sorprendente e rapido processo di evangelizzazione delle popolazioni indigene e di fondazione di villaggi”, contribuendo a separare “la croce dalla spada”. Il terzo e esempio scelto è stato quello di madre Francesca Saverio Cabrini (1850 – 1917), fondatrice delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù e promotrice della creazione di 67 istituzioni, tra scuole, orfanotrofi e ospedali, negli Stati Uniti e in America Latina. Il suo impegno fu costantemente rivolto a garantire dignità e accoglienza a un gran numero di immigrati, tanto da farle ottenere dalla Santa Sede la proclamazione a loro patrona. La sua testimonianza appare particolarmente significativa in un tempo in cui “governi e leader politici, campagne e programmi elettorali, su entrambe le sponde dell’Atlantico, erigono muri, incitano alla propaganda e alimentano le paure per respingere i migranti, incapaci di seguire percorsi di accoglienza e integrazione sicuri, ragionevoli e vantaggiosi”.
I santi dell’Africa
Per il continente africano è intervenuto l’arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, segretario della Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari del Dicastero per l’Evangelizzazione. Nel suo intervento ha ripercorso le vicende di alcuni santi che hanno segnato la storia del cristianesimo in Africa, a partire dal Nord del continente. Tra questi, sant’Agostino d’Ippona (354-430), figura centrale dell’intera Chiesa, i cui tratti “emergono abbondantemente nei discorsi, nelle omelie, nei messaggi e nelle catechesi di Papa Leone XIV”. Nwachukwu ha poi menzionato san Cipriano di Cartagine (200-258), vescovo cristiano, ricordato per le sue riflessioni sull’unità della Chiesa e per la fermezza dimostrata durante le persecuzioni romane, che lo condussero al martirio. Sono state inoltre ricordate le sante Perpetua e Felicita, giovani donne martirizzate a Cartagine il 7 marzo 203, sant’Antonio il Grande, noto come sant’Antonio abate (circa 251-356), nato in Egitto e considerato il padre del monachesimo cristiano, e san Pacomio il Grande (292-348), anch’egli egiziano, che organizzò la vita monastica elaborando una regola per la vita comunitaria e contribuendo alla diffusione del cenobitismo.
Dal Nord Africa, l’excursus si è spostato nell’Africa subsahariana. Nwachukwu ha preso in esame san Kizito, san Carlo Lwanga e gli altri martiri dell’Uganda, uccisi nel 1886 per ordine del re Mwanga dopo essersi rifiutati di rinnegare la propria fede e di sottostare a pratiche contrarie alla loro morale. È stata poi citata Giuseppina Bakhita (1869-1947), religiosa sudanese e prima santa africana subsahariana non martire, insieme alla beata Marie-Clémentine Anuarite Nengapeta (1939-1964), suora congolese della congregazione delle Suore della Sacra Famiglia di Kisangani, martire della purezza e della fedeltà. Tra i testimoni della fede citati anche il beato Isidore Bakanja (1885-1909), laico e catechista, morto a seguito delle torture inflittegli da un europeo ostile alla sua fede cattolica. Bakanja fu beatificato da papa Giovanni Paolo II il 24 aprile 1994, durante il Sinodo dei vescovi per l’Africa. Infine, l’arcivescovo ha ricordato Cyprian Michael Iwene Tansi (1903-1964), sacerdote missionario nigeriano e monaco trappista dell’Ordine cistercense. Tutte queste figure, ha concluso Nwachukwu, rappresentano una testimonianza ancora attuale e invitano a “proseguire la lotta contro le discriminazioni, le nuove forme di schiavitù, l’oppressione e l’esclusione”.