Prima di compiere il suo ultimo viaggio da questo mondo al Padre, Gesù incontra i suoi discepoli lasciando loro alcune indicazioni per non cadere in una sindrome dell’abbandono. Si mostra a essi vivo, «con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio» (Atti degli Apostoli 1,3). Tra queste «prove», di cui Gesù ha bisogno per potersi congedare dai discepoli, il vangelo di Giovanni ne conserva una che merita di essere guardata da vicino. È il famoso incontro tra Gesù e Maria Maddalena nel giardino della risurrezione, un soggetto molto apprezzato da predicatori e pittori di ogni tempo.
Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». (Giovanni 20,11-15).
Nelle parole di libertà e nei gesti d’amore di Cristo, Maria aveva sperimentato una profonda e completa guarigione interiore, come osserva l’evangelista Luca dicendo che da lei «erano usciti sette demòni» (Luca 8,2). Per questo lo aveva seguito, insieme ad altre donne e ai discepoli, mettendosi a suo servizio con i propri beni. Ora, davanti al sepolcro vuoto, privo del corpo dell’amato Signore, Maria non può che piangere tutto il vuoto che avverte dentro di sé.
Ascoltando i dialoghi di Maria, prima con gli angeli nel sepolcro e poi con Gesù in piedi alle sue spalle, si capisce che la sua ricerca è guidata ancora dalla paura della morte. Maria vuole trovare il cadavere, per poter essere autorizzata a vivere nel ricordo di quanto ha sperimentato insieme a Gesù. Per lei non è tanto importante se Gesù sia vivo oppure morto, ciò che più le interessa è poter riavere il suo corpo per poter imbalsamare la memoria dell’amore.
Quando si è nel pianto e nella disperazione, anche solo il cadavere dell’amore ci basta, per poter restare chiusi nel nostro inestinguibile dolore. Ci comportiamo anche noi così, nei lutti che dobbiamo elaborare lungo il viaggio della vita. Accumuliamo ricordi, allestiamo altari ed elaboriamo rituali, per tentare di non smarrire – almeno nel cuore – la presenza della persona amata, che non è più con noi. Entro certi limiti tutto questo è legittimo e necessario: esprime il valore che per noi ha la vita dell’altro anche quando non è più davanti ai nostri occhi. Ma questa tendenza a imbalsamare l’assente può diventare anche una patologia di cui il nostro cuore si ammala gravemente, impedendo quella riapertura, così sofferta ma così necessaria, a cui siamo chiamati dopo ogni separazione. Anche perché la vita, spesso, è già davanti ai nostri occhi, ma noi non riusciamo a vederla finché qualcosa non ci scuote da dentro.
Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» — che significa: «Maestro!» (Giovanni 20,16).
A Gesù basta una parola per far uscire Maria dal sepolcro interiore in cui ancora si trova. Con grande perspicacia, l’evangelista Giovanni osserva che Maria deve voltarsi un’ultima volta prima di poter riconoscere quel Signore che si trova già di fronte a lei. Il mistero di quest’ultima conversione – tutta del cuore – che Maria deve compiere è legata al suggestivo scambio di nomi che avviene tra lei e il Signore: «Maria», «Rabbunì». Maria non riconosce Gesù perché vede il suo viso o ascolta la sua voce, ma perché si sente – nuovamente – chiamata da Dio a una speranza di vita. Questa è la conversione definitiva a cui la Risurrezione ci vuole condurre: l’insurrezione di un cuore che non si rassegna a restare chiuso nella tristezza, ma si lascia ridefinire dal cuore di un altro. Questo era e resta il solo modo di fare un incontro personale con il Verbo di Dio incarnato, prima e dopo la sua Pasqua di risurrezione: sentirsi chiamare per nome guardando il suo volto.
Il vangelo non racconta con quali gesti Maria abbia accompagnato la sua gioiosa esclamazione di riconoscimento del Signore risorto. I lettori di ogni epoca hanno saputo colmare l’ellissi narrativa considerando attentamente le parole con cui Gesù le risponde e la congeda.
Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto (Giovanni 20,17-18).
Il famoso Noli me tangere, fonte inesauribile di ispirazione nella storia dell’arte, è l’ultima tentazione da cui la Risurrezione deve strapparci. Uscita nel cuore della notte per prendersi il cadavere di Gesù, Maria ora vorrebbe perseverare nel suo progetto, trattenendo e sequestrando la Vita risorta. Perché? Qual è la sua segreta intenzione? Un testo del Cantico dei Cantici, scelto proprio dalla liturgia per la festa di Maria di Magdala, ci svela una possibile chiave di lettura.
Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato
l’amore dell’anima mia;
l’ho cercato, ma non l’ho trovato.
Mi alzerò e farò il giro della città
per le strade e per le piazze;
voglio cercare l’amore dell’anima mia.
L’ho cercato, ma non l’ho trovato.
Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città:
«Avete visto l’amore dell’anima mia?».
Da poco le avevo oltrepassate,
quando trovai l’amore dell’anima mia.
Lo strinsi forte e non lo lascerò,
finché non l’abbia condotto nella casa di mia madre,
nella stanza di colei che mi ha concepito (Cantico dei Cantici 3,1-4).
Il desiderio di Maria è simile a quello della sposa del Cantico: raggiungere l’amato, stringerlo forte e condurlo nella casa di sua madre. Ma cosa significa tutto questo, al di là della metafora? Significa che a Maria basterebbe rivivere le esperienze belle già condivise con Gesù. Non immagina ancora la novità di vita che la Risurrezione è venuta a inaugurare. Le sembrerebbe sufficiente aggiustare la sua vita di prima, piuttosto che lasciarsi introdurre in una vita radicalmente nuova. È questa l’ultima, grande tentazione che possiamo vivere di fronte alla Pasqua di Cristo: quella di impedire alla forza del suo Spirito di trasformarci in creature nuove.
Ma Gesù appare chiaro e risoluto: dopo la Risurrezione, non si può tornare indietro, alle logiche dell’infanzia, alla casa della madre. Si cammina in avanti, verso la casa del Padre, secondo la logica delle Beatitudini.
«Ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto (Giovanni 20,17-18).
Nel rifiutare le lusinghe di Maria, Gesù non disprezza il suo affetto: lo accoglie, ma ne corregge la direzione. Dopo che l’Incarnazione ha trovato il suo compimento nella Risurrezione, la tentazione da superare è quella di confinare Dio in un tempo o in un luogo, invece di accogliere il superamento definitivo della separazione tra sacro e profano, annullata dal sangue di Cristo.
Maria non deve trattenere il Risorto, ma andare verso i fratelli. Solo così eviterà il rischio di trasformare la Pasqua in una forma di idolatria religiosa, riducendo la vitalità dell’amore pasquale a uno schema comportamentale o rituale. Prima dell’Incarnazione del Verbo, potevamo cogliere Dio nella realtà solo come simbolo. Dopo la Risurrezione, siamo chiamati a cercarlo ovunque come realtà viva, soprattutto nel mistero della nostra umanità: quella porzione di creazione che egli ha voluto assumere senza timore e senza riserve.
Il Cristo risorto non è un corpo tra gli altri corpi, ma il capo di un corpo misterioso eppure reale, quello di una umanità nuova: «Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose» (Lettera agli Efesini 4,10).
Facendosi come noi, il Figlio di Dio non ci ha tolto nulla, ma ci ha restituito il posto che non sapevamo più occupare. Per questo il suo volto non va cercato in un’immagine che ci siamo fatti di lui, ma nel territorio ampio dell’umanità: la nostra e quella degli altri. Il vero banco di prova della fede nella sua Risurrezione è proprio il volto dei fratelli — soprattutto di quelli che, per la loro prossimità ai nostri limiti, ci rendono difficile, se non impossibile, riconoscere la presenza di Dio nella realtà. Cristo si immerge nel cielo di Dio per far emergere nella storia il segno misterioso e meraviglioso del suo corpo: noi, nelle relazioni che sappiamo intrecciare e custodire.