Bisogna sempre ricordare che, nell’economia complessiva della vita cristiana, l’ascesi è mezzo e non fine: l’unico fine della vita cristiana è la carità ed è alla carità che deve essere orientata.
Facciamo memoria che la Pasqua storica e salvifica di Cristo si attualizza nella Chiesa su due piani diversi: su un piano liturgico-sacramentale e su un piano personale ed esistenziale. La vita nuova del cristiano è scaturita dalla Pasqua di Cristo, e tuttavia questo non ci dispensa dal compiere la nostra Pasqua nella vigilanza, in sinergia con lo Spirito, Questa dinamica è messa ben in risalto in 1Cor 5, 7: “purificatevi dal vecchio fermento per essere una nuova pasta, dal momento che voi siete azzimi…”. E comporta una viva partecipazione ai sacramenti assieme all’esercizio di una sana ascesi secondo il Vangelo.
Purtroppo oggi la vita sacramentale è diventata un “consumare riti” e l’ascesi rischia di scomparire dalla vita spirituale. Questo, forse, è dovuto anche ad alcuni equivoci attorno al concetto di ascesi intesa come autoperfezionamento farisaico, lotta solo contro il corpo (spirito buono-corpo cattivo) e come ricerca di sofferenza per se stessa.
Ma liberati da questi equivoci, possiamo giungere a riconoscere che l’ascesi è collaborazione alla grazia di Cristo per vivere la dinamica del Battesimo. L’ascesi, intesa in questo modo illuminato, è in funzione della carità e della libertà. La vita sacramentale e l’ascesi autentica fanno pervenire a quella libertà nell’amare che dà luogo anche a ciò che san Benedetto chiama “il gusto della virtù”. A conclusione della presentazione del laborioso impegno ascetico, richiesto dall’acquisizione dell’umiltà (si tratta di ben dodici gradini da ascendere), Benedetto afferma: “una volta ascesi tutti questi gradini dell’umiltà, il monaco giungerà subito a quell’amore che, diventato maturo, scaccia ogni paura, e per esso tutto ciò che il monaco prima compiva con trepidazione e fatica, ora comincia ad eseguirlo senza fatica, quasi naturalmente, in forza di una buona abitudine, per amore di Gesù Cristo e per il gusto della virtù” (Regola cap 7).
Prima di concludere il grande inno alla carità in 1Cor 13 san Paolo introduce quella strana osservazione sull’abbandono da parte dell’adulto di ciò che appartiene al bambino: “Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato” (1Cor 13, 11). La rinascita domanda la rottura. Questa è una parola che carica di tensione chi è custode della normalità, perché c’è una errata equiparazione tra rompere e distruggere. Rottura non è per la distruzione, ma ricerca di un piano diverso di attuazione: rottura= capacità di far nascere e rinascere, scegliendo la logica di Cristo…
Le nostre comunità devono essere aperte verso lo sconfinato e luminoso orizzonte al quale Cristo ci ha chiamati. Quando Cristo chiama gli apostoli dice loro “andate al largo” (Lc 5,4). Dov’è il largo? E’ fuori da tutti i porti nei quali oggi siamo e dai quali partiamo. Il largo è la vita nuova in Cristo che comporta una “morte”, ma intesa in modo corretto, indicata da san Paolo in questo brano. Il nostro Dio è il Dio dei viventi e non dei morti. Nella nostra spiritualità non dobbiamo mettere l’accento sulla morte, sofferenza, mortificazione, ma sulla vita e risurrezione. Non per rinnegare le inevitabili e gravi sofferenze, rinunce e abbandoni che dobbiamo comunque affrontare. Dobbiamo mettere l’accento sulla vita che nasce dalla sofferenza (Gv 16, 21-22). Le nostre mamme quanti sacrifici hanno fatto per noi, ma non le sentivano come sofferenze; o meglio erano sofferenze, ma fatte con amore e allora erano piene di consolazione, di vitalità e di realizzazione.
La rinuncia per i cristiani non ha un aspetto negativo, ma positivo. Il cristianesimo non è rinuncia, ma al contrario, ingrandimento sconfinato del nostro essere. E’ il nostro cuore che deve imparare ad amare sempre di più. In questo amare sempre di più io patirò, soffrirò, ma non per una rinuncia, è il raggiungimento del pieno destino del mio cuore che è chiamato ad amare sconfinatamene e a desiderare e vivere in grande.
La nostra mente, dilatandosi sempre più sotto le forze del Cristo che la guidano a una verità sempre più concreta e più vera, soffrirà in questa dilatazione, perché dovrà rinunciare a tanti suoi punti di vista, a tante sue teorie, a tante sue definizioni. Dilatandosi soffre, ma diventa sempre più vera. E allora come si può parlare di rinuncia se noi diventiamo sempre più maturi, sempre più dotati di saggezza. C’è una sofferenza, ma la sofferenza non conta perché è la condizione del superamento di uno stato di imperfezione e di infantilismo verso uno stato di perfezione e di maturità: coltivare un cuore grande come Cristo.