PIO XII E GLI EBREI. NUOVI DOCUMENTI (di Filomena Rizzo – Paolo Scarafoni)

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Dal 9 all’11 ottobre 2023 si è tenuta presso la Pontificia Università Gregoriana a Roma la Conferenza internazionale: «New Documents from the Pontificate of Pope Pius XII and their meaning for Jewish-Christian Relations. A Dialogue between Historians and Theologians». L’incontro è stato promosso da 5 istituzioni internazionali. Due anni di lavoro preparatorio.

I nuovi documenti relativi al pontificato di Pio XII (1939-1958) messi a disposizione da Papa Francesco, si stimano in almeno sedici milioni di fogli, più di quindicimila buste e 2500 fascicoli, riordinati nell’arco di questi ultimi 13 anni da parte dell’Archivio Apostolico Vaticano. La catalogazione digitale è completata ma la ricerca è un vasto campo aperto. Gli studiosi dei fondi hanno fatto rete, ma si tratta ancora di un gruppo chiuso, selezionato. Si sono riuniti storici e teologi cristiani ed ebrei con un approccio nuovo: chiarezza sui contesti storici ma anche comprensione della visione del mondo degli attori coinvolti. I documenti sono stati analizzati in modo trasparente, un punto di svolta che ha lasciato la biforcazione del dibattito tra la posizione apologetica cattolica e il giudizio di condanna, rivestendo un grande significano per le relazioni ebraico cristiane.

È stata essenziale per coloro che hanno seguito il convegno, la distinzione fra emozione e storia. La ricerca è sentita non solo dagli specialisti, ma anche dalle persone di buon senso che vogliono avere luce su questi dolorosi eventi e sui protagonisti. Il Rabbino capo Riccardo Shemuel Di Segni, visibilmente scosso dall’attacco di Hamas a Israele avvenuto pochi giorni prima, ha detto che «l’oggetto di studio non è quello di un periodo lontano nel tempo, nel luogo e nelle persone. Sono passati decenni, ma la memoria resta viva, non è ancora sublimata in storia. È carica di emozioni, ferita aperta nei sopravvissuti, e trasmessa ai loro discendenti».

Prima di Nostra Aetate del Concilio Vaticano II, la Santa Sede non oltrepassava la giurisdizione sui cattolici e raramente sugli altri cristiani. Anche i non cristiani, compreso gli ebrei, potevano beneficiare di un intervento pontificio, ma in maniera eccezionale, su richiesta diretta e in forma circoscritta e soprattutto in ambito caritativo ed assistenziale. L’antisemitismo era considerato dalla Chiesa cattolica un’appendice del nazismo paganeggiante e anticristiano, non una minaccia autonoma. Una percezione distorta del problema impedì una visione critica e autocritica di quel bagaglio di antigiudaismo religioso largamente diffuso, nel quale si annidavano sacche di antisemitismo, mascherate di moderazione, come nel caso di Mons. Angelo Dell’Acqua e di Mons. Valerio Valeri. La questione ebraica venne relegata in un angolo, a livello caritativo assistenziale. Era evidente che molti uomini di Chiesa non amavano gli ebrei. Pur rigettando la discriminazione razziale biologica, pesava la lunga tradizione di antigiudaismo basato sulla colpa primordiale del «deicidio», e quindi le sofferenze ebraiche, senza esagerare, erano meritate, teologicamente giustificate.

Riguardo al problema del silenzio di Pio XII, nei documenti emergono «più silenzi» e autocensure del Papa e dei suoi collaboratori nella Santa Sede, nel grande solco della tradizione diplomatica. Il principio che guidava l’azione era «soffrire il meno possibile». Un silenzio che alcuni leggono come spazio di saggezza, ed altri come tradimento all’umanità. La macchina vaticana faticava a comprendere la sfida davanti alla quale la poneva la storia. Parole come «sterminio», penarono ad entrare nel suo lessico. Al centro c’era la politica dell’imparzialità. I ricercatori propongono un cambiamento paradigmatico: spostare l’attenzione dal solo papa Pio XII alla Curia. La domanda da porsi non sarebbe più «Pio XII e l’olocausto»; ma «la Curia romana e la Shoah».

Il silenzio del Papa non fu rotto neanche di fronte alla calunnia di aver approvato il rastrellamento degli ebrei romani, e perfino quando fu accusato di essere rimasto inattivo per fermare la rappresaglia tedesca delle Fosse Ardeatine, nel marzo del 1944. Dopo la fine della guerra il silenzio fu prolungato per altri motivi: la nascita dello Stato d’Israele, l’emigrazione ebraica in Palestina, la tutela dei luoghi santi, della minoranza cattolica cristiana palestinese. Ogni «parola» poteva essere vista come «endorsement» nei confronti dello Stato di Israele.

Un ulteriore cambiamento di paradigma proviene dalla classificazione, studio e ordinamento delle 1593 petizioni di aiuto indirizzate al pontefice dalle vittime delle persecuzioni, recuperate fra i nuovi documenti resi disponibili, che spingono a non concentrarsi solo sulla biografia di Pio XII, ma sulla ricostruzione delle storie di vita di migliaia di ebrei, la cui memoria i nazisti hanno cercato di cancellare. Queste lettere inserite nel database contengono richieste di informazioni e di aiuti per sé e i familiari, raccomandazioni, espatri, reclami al papa di proteste pubbliche per la Shoah. Raccontano la vita di tante famiglie ebree. Dicono cose nuove e sconosciute di migliaia di ebrei. Uno spaccato di vita prima della discriminazione, espulsione e deportazione. La presentazione della propria famiglia, la storia della fuga, rendono le atrocità del tempo molto più tangibili. Lo studio delle petizioni e la diffusione al grande pubblico potranno svolgere un ruolo di educazione politica in un mondo dove attualmente è in crescita l’antisemitismo.

Pio XII avvertiva il peso della scelta diplomatica del silenzio e nel 41 chiedeva a Mons. Roncalli se il suo tacere sul nazismo non fosse giudicato male. Si moltiplicavano le notizie sulla persecuzione ebraica. Nel settembre 1942 Mons. Dell’Acqua continuava a sminuire le notizie sulla Shoah, perché sosteneva che tra gli ebrei era facile l’esagerazione. Dai documenti sorprende che il personale della Curia usi un linguaggio «fascista» nel qualificare gli ebrei: «uomini non ariani, cattolici non ariani». Bisognerà verificare se c’era un atteggiamento antisemita o l’adozione inconsapevole di questa terminologia dei collaboratori della Segreteria di Stato. I documenti d’archivio rivelano questa contrapposizione: una promessa di carità universale per aiutare tutte le persone in pericolo e poi in rigido legalismo in base al quale i funzionari papali aiutavano soltanto gli ebrei convertiti, esigendo prove schiaccianti e documentate della loro conversione.

Dagli studi dei documenti emerge con chiarezza che non si può pensare ad una disinformazione del Papa e della Santa Sede sullo sterminio degli ebrei in atto. Ripetute notizie sulla Shoah arrivavano anche dal mondo tedesco. Il gesuita antinazista Lotar König scrive al segretario particolare del Papa, Robert Leiber, 14 dicembre 1942: citava il forno crematorio delle SS presso Rava Rus’ka, nel lager di Belzec, situato nella Polonia occupata dai tedeschi, dove ogni giorno venivano uccise fino a 6000 persone, soprattutto polacchi ed ebrei. Viene menzionato anche Auschwitz. Nonostante questo la massima protesta pubblica sulla shoah di Pio XII fu il suo discorso al Sacro Collegio nel 1943: dopo aver evocato il martirio del popolo polacco, il papa aggiunse un passaggio sugli ebrei: «coloro che per la loro nazionalità e la loro stirpe sono destinati talora senza propria colpa a costrizioni sterminatrici».

Se inizialmente le azioni papali attive di Carità nascono con l’istituzione nel 1939 dell’«ufficio informazioni Inter arma caritas» per i prigionieri, e con la «Commissione soccorsi» per la distribuzione degli aiuti materiali, nel tempo evolveranno in una organizzazione complessa. I principali interlocutori della Commissione soccorsi erano i nunzi, i delegati apostolici e i vescovi. La nunziatura più significativa era quella svizzera, territorio libero, crocevia di trattative diplomatiche, luogo di ascolto e spionaggio e centro di prove di nuovi equilibri internazionali. Questi servizi lasciarono il posto ad un ufficio più sistematico che supervisionava una vasta rete di aiuti papali, «La Pontificia Commissione di Assistenza» (PCA), sotto gli auspici della Segreteria di Stato, definito «un valido strumento per attuare tutti gli scopi caritatevoli che la perenne maternità della Chiesa suggerisce». Nel 1953 diventerà la «Pontificia Opera di Assistenza».

A queste azioni caritative sono collegati due grossi problemi: l’aiuto per la fuga dei criminali nazisti, e la complessa vicenda dei battesimi forzati dei bambini ebrei e il rifiuto della restituzione ai parenti dopo la guerra.

Il coinvolgimento della Santa Sede, che non accettava la nozione di colpa collettiva, è evidente per la fuga dei nazisti e dei fascisti accusati di crimini di guerra. La PCA cercava di soccorrere tutti quelli che chiedevano aiuto. Di questo servizio approfittarono anche i criminali di guerra che ottennero i documenti per emigrare. Il caso eccellente per gli italiani fu quello del criminale nazista Erich Priebke (Otto Pape), agente della Gestapo e capitano delle SS, uno degli artefici dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Su richiesta del vescovo Hudal, per mediazione della Santa Sede, ottenne dalla Croce Rossa i documenti per l’espatrio, convertendosi al cattolicesimo battezzato col suo nome. Si calcolano 120.000 documenti di viaggio per nazisti e l’organizzazione delle reti delle vie di fuga.

Tante domande di ricerca sul coinvolgimento della PCA nella fuga di nazisti, e nel quadro della guerra fredda e del pericolo del comunismo, attendono ancora risposta. Sulla base dei documenti attualmente studiati il quadro cambia molto perché il Papa riceveva rapporti sulla PCA.

L’arcivescovo Alois Hudal, a Santa Maria dell’Anima a Roma, e padre Krunoslav Draganović, rettore del collegio croato in Roma, non operavano nel vuoto. Seguivano le indicazioni del Vaticano. La loro attività in favore della fuga dei nazisti e fascisti non è un prodotto della corruzione di loro come singoli, ma come una parte della struttura vaticana di sollievo e di aiuto nella situazione postbellica. Vista la grande quantità di materiale ora disponibile occorre fare molta altra ricerca.

Tanta ricerca da fare sui bambini ebrei sopravvissuti dall’olocausto, nascosti in istituti religiosi, conventi o affidati a tutori cristiani. Alcuni furono battezzati. Dopo la guerra i parenti ebrei li cercarono. Tante difficoltà e rifiuti, specialmente per quelli battezzati. La richiesta di riconsegnarli tutti fu presentata a Pio XII, il 10 marzo del 1946 dal rabbino capo di Israele Isaac Herzog: «ogni bambino per noi significa mille bambini, dopo la grande catastrofe che ha colpito il nostro popolo». Il Santo Uffizio esaminò la questione e disse che i bambini che erano stati battezzati non potevano essere abbandonati. Qual è la base teologica per dire che i diritti del battezzato hanno la precedenza sui genitori o tutori non cattolici?

Lo studio di queste nuove fonti mostra il travaglio della Santa Sede e l’evoluzione della sua coscienza di responsabilità dinanzi ai drammi di ogni tempo. Alla luce di quanto è accaduto si comprende meglio la linea evangelizzatrice di papa Francesco sulla fratellanza e sul farsi carico dei problemi dell’umanità come «Chiesa in uscita» che grida a tutti «pace!».