Il vescovo della diocesi di Cuneo-Fossano monsignor Piero Delbosco
Chiunque abbia un’età superiore ai cinquant’anni, a prescindere dalle proprie convinzioni personali, ha la percezione della riduzione della presenza della Chiesa sul territorio provinciale. Cuneo è sempre stata una zona ad altissima frequentazione religiosa con conseguente, consistente, contributo alla causa delle vocazioni religiose. Personalmente, fra gli amici che frequentavo una quarantina di anni fa all’oratorio, conto tre attuali sacerdoti (uno è mio fratello) e una suora. Buona parte delle attività extrascolastiche era gestita dalle parrocchie: sport, aggregazionismo, volontariato.
Negli ultimi decenni, la secolarizzazione ha portato con sé il progressivo affievolirsi della pratica religiosa e la riduzione delle vocazioni con conseguente crisi nella gestione delle parrocchie. Non ci sono numeri precisi ma è abbastanza verosimile stimare che le parrocchie presenti nella Granda negli anni ’60 fossero più di cinquecento, distribuite tra le diocesi di Alba, Cuneo, Fossano, Mondovì e Saluzzo.
Non può passare inosservato, dunque, il progetto di razionalizzazione iniziato nel 2024 che prevede, nella diocesi di Cuneo-Fossano (dal 2023 accorpate), la riduzione delle parrocchie entro il 2028, da 115 a 36. Le motivazioni sono tante e note da tempo: la già citata secolarizzazione, la derivante crisi delle vocazioni, la riduzione dell’importanza sociale delle parrocchie sul territorio, il calo demografico con conseguente invecchiamento della popolazione.
La diocesi, nel documento che presenta finalità e modalità di questa operazione, parla esplicitamente di «Necessità di semplificare le parrocchie e alleggerirne la cura» (vista la scarsità di sacerdoti), mentre la «tecnica giuridica» per arrivare all’obiettivo è quella della «incorporazione degli enti parrocchiali con contestuale divisione ed incorporazione di loro parti ad altri enti ecclesiastici diocesani in maniera complessiva e completa affinché da subito i parroci e le comunità parrocchiali possano essere alleggeriti da adempimenti e responsabilità che oggi sottraggono energie all’azione pastorale».
Non sono dettagli di poco conto o questioni esclusivamente interne alla chiesa, perché la riduzione delle parrocchie e dei religiosi coincide con il mantenimento di attività, immobili e luoghi di culto già presenti sul territorio. Il che significa, come specificano esplicitamene sul sito della diocesi, che la gestione di alcune attività sociali e commerciali verrà affidata «Ad enti non parrocchiali, anche non ecclesiastici, nei cui organi di governo le parrocchie competenti mantengono una rappresentanza – senza però che il parroco ne sia di ufficio il legale rappresentante».
Si tratta del compimento di un percorso inevitabile e necessario intrapreso da anni che prevede l’ingresso sempre più massiccio e responsabilizzante dei laici nella gestione di attività diocesane. La laicizzazione della società è un dato macrosociologico e come tale è superfluo valutarlo moralmente. I suoi effetti e la loro gestione, però, riguardano tutti, in particolare in una provincia in cui la chiesa, da sempre, è profondamente radicata.
Sarà interessante constatare se questa razionalizzazione così radicale verrà assorbita e metabolizzata dai fedeli senza contraccolpi. Potrebbe accelerare un ruolo finalmente da protagonisti dei laici nella gestione delle attività parrocchiali, oppure determinare uno scollamento con parte della base dei fedeli che, di fatto, rischiano di vedere il sacerdote ridotto esclusivamente alla figura del celebrante la messa.