«Don Tonino Bello, dacci il coraggio di gridare la pace tra le urla della guerra, di stare con le vittime senza diventare tifosi della vendetta e di commemorarti di meno e seguirti di più»

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Nell’omelia della Messa per il 33° anniversario della morte di don Tonino Bello, l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Battaglia, ha lanciato da Alessano un richiamo forte alla coerenza della fede e alla responsabilità personale: «Quante volte», ha detto rivolgendosi idealmente a don Tonino, «ti abbiamo fatto santo delle commemorazioni per non lasciarti diventare compagno delle decisioni. Oggi sono qui per chiederti in prestito il coraggio. Non la retorica. Non l’emozione di un giorno. Il coraggio quotidiano, quello che costa e non fa notizia. Quello che ti obbliga a stare dalla parte delle vittime senza diventare tifoso delle vendette»

 

Omelia che l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Mimmo Battaglia, ha tenuto il 20 aprile nella chiesa del SS. Salvatore di Alessano (Lecce) in occasione della celebrazione eucaristica per i 33 anni della morte di don Tonino Bello che ad Alessano, sua città natale, è sepolto nel cimitero cittadino.

Caro don Tonino,

sono venuto a parlarti qui, dove il silenzio non è silenzio,
dove la terra custodisce e non trattiene,
dove una tomba, per uno come te,
non è una fine ma una soglia.Sono venuto a parlarti qui,

nel giorno che i cristiani chiamano dies natalis,
perché il Vangelo ha questa strana sapienza:
chi muore nel Signore non scompare, nasce.

E allora oggi non stiamo contando gli anni della tua assenza.
Stiamo misurando la tua ostinata presenza.
Trentatré anni.
Trentatré anni in cui il tuo nome non si è fatto marmo,
non si è lasciato chiudere in una fotografia buona per gli anniversari,
non si è trasformato in una citazione da convegno.
No.
Il tuo nome continua a camminare scalzo.
Continua a inquietare.
Continua a mettere il dito nella piaga delle nostre abitudini religiose,

dei nostri compromessi eleganti,
delle nostre paci di facciata.

E io oggi, don Tonino,
non vengo a dirti che ci manchi.
Sarebbe poco.
Vengo a dirti che ci bruci ancora dentro.
Che le tue parole non si sono lasciate addomesticare.

Che il tuo Vangelo, passato per le ferite dei poveri,
continua a domandarci conto.
Che la tua voce, così mite e così disarmata,
ha ancora la forza di spostare le nostre sedie,
di rompere il cerchio delle prudenze,
di farci alzare in piedi.

Perché oggi, più che mai,
abbiamo bisogno di mendicare dal Cielo e dalla terra una preghiera sola,
una preghiera che sia supplica e decisione, lacrima e strada,
una preghiera che non si accontenti di essere detta ma voglia essere vissuta:
dammi il coraggio di gridare la pace tra le urla di guerra.

Tra le urla di guerra, don Tonino.
Non dopo.
Non quando i cannoni tacciono e i giornali cambiano pagina.
Non quando i potenti si stringono la mano davanti alle telecamere.
Tra le urla.
Lì.
Nel punto esatto in cui la pace sembra fuori luogo,
ingenua, sconfitta, ridicola.
Perché è facile parlare di pace quando il vento è buono.
Ma il cristiano è chiamato a nominarla nella tempesta.

A gridarla quando tutto suggerisce il contrario.
A custodirla quando sembra una parola senza appoggio.
A scegliere la pace quando il mondo applaude la forza.
A restare umani quando la storia si mette a ringhiare.

E allora eccomi qui, sulla tua sepoltura,
a chiederti in prestito il coraggio.
Non la retorica.
Il coraggio.
Non l’emozione di un giorno.
Il coraggio quotidiano, quello che costa.
Quello che non fa notizia.
Quello che ti obbliga a stare dalla parte delle vittime senza diventare tifoso delle vendette.
Quello che ti fa piangere con le madri senza benedire nessun arsenale.
Quello che ti fa amare il tuo popolo senza odiare quello degli altri.
Quello che ti impedisce di chiamare inevitabile ciò che è solo diventato abituale.
Quello che ti fa dire che la guerra è una bestemmia contro Dio e contro l’uomo,
anche quando tutti hanno imparato a pronunciarla come fosse una necessità tecnica,
un male collaterale, una pagina obbligata della geopolitica.

Tu l’avevi capito, don Tonino,
che la pace non è una parola da salotto.

Non è il soprammobile spirituale delle stagioni tranquille.
La pace è una faccenda spoglia.
Sa di pane condiviso.
Sa di grembiule.
Sa di ginocchia piegate per lavare i piedi alla storia.
Sa di tavole allungate perché nessuno mangi da solo.
Sa di ferite prese in consegna.
Sa di confini attraversati non per conquistare ma per incontrare.
Sa di convivialità vera,
quella che non cancella le differenze ma le fa sedere insieme,
senza paura, senza gerarchie dell’anima, senza muri.

E noi, invece, quante volte abbiamo provato a onorarti senza seguirti davvero.
Quante volte ti abbiamo fatto santo delle commemorazioni
per non lasciarti diventare compagno delle decisioni.

Quante volte abbiamo detto “pace” tenendo in tasca le nostre piccole guerre:
quelle di casa,
quelle di Chiesa,
quelle del linguaggio,
quelle dei giudizi rapidi,
quelle dei sospetti coltivati come orti privati,
quelle delle esclusioni che non fanno rumore ma scavano solitudini.
Perché la guerra, prima di diventare bomba,
diventa parola cattiva.
Diventa disprezzo.
Diventa caricatura dell’altro.
Diventa l’arte di negare all’altro il diritto di essere volto.
E quando un volto non è più volto,
allora tutto diventa possibile.
Perfino l’orrore.

Per questo oggi non basta piangere i morti.
Bisogna salvare i vivi dalla tentazione di assomigliare ai loro carnefici.
Bisogna strappare il cuore umano alla pedagogia dell’odio.
Bisogna educarlo di nuovo alla compassione,

che non è debolezza ma lucidità suprema.
Perché solo chi sa compatire sa vedere davvero.
E solo chi vede davvero capisce che ogni guerra, anche quando pretende di risolvere,
in realtà moltiplica:
moltiplica vedove,
orfani,
macerie,
traumi,
pane negato,
infanzie derubate,
vecchi lasciati indietro,
terre avvelenate,
memorie infette,
e una lunga, lunghissima fila di uomini e donne che continueranno a tremare anche quando il rumore finirà.

Tu ci hai insegnato che il Vangelo non sopporta l’indifferenza.
Che Cristo non abita i balconi dell’anima.
Scende.
Tocca.
Si compromette.
Si cinge il grembiule.
Entra nella polvere.
E allora anche la Chiesa, se vuole essere del Signore,
non può vivere di distanza di sicurezza.
Deve abitare i punti di frattura.

Deve stare dove il mondo si spezza.
Deve farsi compagna dei poveri, dei migranti, dei senza voce, dei carcerati, dei malati,
dei ragazzi a cui hanno rubato il futuro,
delle madri che non hanno più lacrime da spendere,
dei padri che abbassano gli occhi perché non sanno portare il pane,
di tutti quelli che il sistema registra come scarti
e che il Vangelo, invece, chiama beati.

Io vengo da strade dove il dolore non ha bisogno di teoria,
dove la pace è un mestiere difficile,
dove le periferie non sono una categoria sociologica ma carne viva,
dove c’è sempre qualcuno che aspetta di essere visto non per statistica ma per nome.
E in quelle strade, don Tonino,
le tue parole sono rimaste accese.

Perché tu non parlavi dei poveri da lontano.
Tu ti lasciavi evangelizzare da loro.
Non li usavi come argomento.
Li riconoscevi come luogo teologico.
Come roveto ardente.
Come pagina in cui Dio continua a scrivere storto per farsi leggere meglio.

Ed è forse qui il punto più difficile del tuo lascito,
quello che ancora ci mette a disagio:
tu non ci hai chiesto di fare un po’ di bene.
Ci hai chiesto di cambiare posto.
Di spostarci.
Di guardare il mondo da sotto, non da sopra.

Di leggere la storia dal margine, non dal centro.
Di stare dalla parte dei crocifissi della storia senza paura di perdere prestigio.
Perché solo da lì si capisce il Vangelo.
Solo da lì la pace smette di essere una parola astratta
e diventa una scelta concreta, costosa, persino impopolare.

Dammi il coraggio di gridare la pace tra le urla di guerra.
Lo ripeto qui, davanti a te,
come si ripete una cosa che non si possiede ancora abbastanza.
Dammi il coraggio di gridarla quando il linguaggio pubblico si fa feroce.
Quando si premia chi semplifica.
Quando l’umanità viene divisa in meritevoli e sacrificabili.

Quando l’Europa dimentica di essere culla di civiltà e si accontenta di essere fortezza.
Quando il Mediterraneo, che dovrebbe essere una culla d’acqua, diventa un cimitero salato.
Quando perfino il dolore rischia di essere classificato,
e ci sono morti che ci commuovono e morti che non interrompono nemmeno il pranzo.

Dammi il coraggio di gridare la pace
anche dentro la Chiesa,
quando la Chiesa rischia di stancarsi del Vangelo più esigente.

Quando preferisce l’ordine alla profezia,
la gestione al sogno,
la prudenza alla compassione,
l’equilibrio alla passione per il Regno.
Dammi il coraggio di dire che una Chiesa credibile
non è quella che occupa spazi,
ma quella che apre ferite alla luce,
che fascia,
che rialza,
che consola,
che disturba i comodi,
che non si vergogna di chiamare fratello perfino chi il mondo ha già archiviato.

Perché la pace, alla fine, non è un tema.
È il nome umano della resurrezione quando entra nella storia.
È Cristo che passa ancora nelle nostre città
e chiede una stanza,
una mensa,
una carezza,
una disobbedienza evangelica alla logica delle armi.
La pace è il miracolo possibile degli uomini che rinunciano a vincere per cominciare a custodire.
È la forza dei miti,
che non sono i rassegnati ma quelli che hanno smesso di copiare la violenza del mondo.
È il coraggio degli operatori di pace,
che non sono ingenui ma testardi dell’amore.
È la santità più concreta che ci sia:
continuare a credere che nessun uomo è il suo errore,
nessun popolo è il suo governo,
nessuna ferita è esclusa dalla misericordia di Dio.

Tu, don Tonino,
questo lo sapevi bene.
Per questo non hai mai separato l’altare dalla strada,
la preghiera dalla storia,
la contemplazione dalla lotta,
la carezza dalla denuncia.
Avevi capito che la fede, quando è vera,
non ci porta fuori dal mondo
ma più profondamente dentro il mondo,
là dove il mondo sanguina e spera.
Avevi capito che i cristiani non sono chiamati a essere spettatori benedetti,
ma seminatori ostinati di umanità.

E che la speranza non è una sciarpa da mettersi al collo nei giorni freddi,
ma una zappa.
Una lampada.
Un grembiule.
Una porta lasciata socchiusa perché qualcuno rientri.

E allora oggi, qui,
nel 33° anniversario della tua nascita al cielo,
non ti promettiamo applausi.
Ti promettiamo inquietudine.
Non ti promettiamo ricordi levigati.
Ti promettiamo fedeltà scomoda.

Non ti promettiamo di parlare bene di te.
Ti promettiamo di lasciare che il tuo Vangelo ci sposti ancora.

Ci aiuterai, don Tonino,
a non farci rubare la tenerezza?
Ci aiuterai a non confondere la forza con la durezza?
Ci aiuterai a tenere il cuore aperto
quando tutto intorno insegna a chiuderlo?
Ci aiuterai a custodire la pace come si custodisce un fuoco nella notte,
con mani attente,
con pazienza,
con ostinazione,
sapendo che basta poco a spegnerlo
ma basta anche poco a farlo ripartire?

Perché forse è proprio questo che dobbiamo imparare di nuovo:
che la pace non comincia nei trattati,
comincia negli occhi.
Comincia nel modo in cui guardi uno sconosciuto.
Comincia nel modo in cui parli di chi non la pensa come te.
Comincia nel modo in cui amministri il potere.
Comincia nel modo in cui usi il denaro.
Comincia nel modo in cui attraversi il dolore altrui.
Comincia nel momento in cui decidi che nessuno sarà salvato contro qualcun altro,
ma solo insieme.

E allora lascia che questa tomba, oggi, diventi cattedra.
Lascia che questa pietra diventi appello.
Lascia che questa memoria diventi mandato.

Perché sarebbe una sconfitta venire qui a onorarti
e tornare a casa uguali.
Sarebbe un tradimento deporre fiori
senza deporre anche un po’ del nostro orgoglio,
delle nostre paure,
dei nostri alibi.

No, don Tonino.
Oggi chiediamo di uscire da qui più poveri di certezze facili
e più ricchi di Vangelo.
Più nudi di propaganda
e più vestiti di compassione.
Più liberi dalle appartenenze che dividono
e più consegnati alla fraternità che salva.

E allora, prima di andare,
voglio lasciarti una preghiera che è anche una consegna,
una supplica che è anche un programma,
un tremore che vuole farsi voce:

quando il mondo urlerà guerra,
insegnaci a non balbettare pace ma a gridarla.

Quando il mondo costruirà muri,
insegnaci a restare porta.
Quando il mondo benedirà la forza,
insegnaci la vergogna evangelica della violenza.
Quando il mondo deriderà i miti,
insegnaci la loro ostinata fecondità.
Quando il mondo si abituerà ai morti,
insegnaci a chiamarli per nome.
Quando il mondo ci vorrà cinici,
insegnaci la scandalosa disciplina della tenerezza.
Quando il mondo ci offrirà paci armate,
insegnaci la follia disarmata del Vangelo.

E soprattutto, don Tonino,
quando anche noi, stanchi, feriti, delusi,
saremo tentati di abbassare la voce,
di diventare prudenti,
di smettere di credere che la pace sia possibile,
vieni a disturbarci.
Vieni nei nostri sonni ben sistemati.
Vieni nelle nostre liturgie impeccabili.
Vieni nei nostri tavoli decisionali.
Vieni nei nostri palazzi interiori.
Vieni a dirci ancora che il Signore non abita dalla parte della paura,
ma dalla parte dell’amore che rischia.
Vieni a dirci ancora che il Vangelo non è fatto per metterci al riparo,
ma per metterci in cammino.

Noi oggi ti salutiamo così,
non come si saluta un assente,
ma come si saluta un compagno che ci precede.

E dalla tua terra benedetta,
dalla tua sepoltura che profuma ancora di profezia,
prendiamo in prestito questa sola invocazione,
questa sola forza,
questa sola necessità:

dammi il coraggio di gridare la pace tra le urla di guerra.

Amen.