Il libro “La vita e l’attesa” pubblicato da Vita e Pensiero rilancia l’urgenza e la necessità di riconciliazione tra generazioni
Da quando si è attivata l’invenzione di un “mondo giovanile” (che ha una cultura sua, logiche sue, valori suoi, “che noi per lo più non capiamo”), noi anziani abbiamo smesso di sentirci contemporanei. Ci sentiamo postumi. Per effetto di simmetria, infatti, ci siamo trovati di colpo a far parte di un “mondo passato”: anzi, praticamente trapassato. Il mondo giovanile è il nuovo che avanza, il nostro è quello che si congeda. I giovani sono “il futuro della nazione”, i “nostri tempi” sono il suo passato, da superare. Sbaglierò, però sono convinto che i giovani hanno incominciato a capire la trappola nascosta in questa retorica. Tradotta nella realtà, significa: voi giovani, nel presente, non contate niente, ma quando sarete anziani come noi, (forse) vi faremo comandare qualcosa. Questa trappola, tuttavia, si rivolta anche contro di noi: ci stiamo accorgendo, infatti, che la vecchiaia, chiusa in sé stessa, non produce tutta questa ammirazione: si moltiplicano persuasori occulti, commercialmente interessati, che ci spingono in tutti i modi a dissimulare l’invecchiamento. E comunque, nel caso in cui gli espedienti non funzionassero, nuovi direttori spirituali crescono e ci spiegano quanto sarebbe carino se provvedessimo a togliere il disturbo.
Insomma, questa separazione dei mondi (che già di per sé risponde ad un interesse squisitamente commerciale e non umano come vorrebbe fa credere) sta producendo effetti di svuotamento dell’umanesimo del quale, forse, non siamo ancora pienamente consapevoli. Rompe il patto fra le generazioni, incrementa fra loro una stupida competizione ed espone le età della vita a presidiare i loro confini, isolandosi, invece che a godersi le loro alleanze, mescolandosi.
I ragazzi e i vecchi, attualmente, invece di condividere la potenza dell’umano condiviso, in cui ciascuno porta le sue bellezze, hanno in comune un’identica ferita: l’abbandono a loro stessi. Esteriormente travestito da autonomia, intimamente vissuto come disperazione. La disperazione si sfoga in esasperazione: diventa passione rinunciataria e aggressiva, pulsione depressiva e distruttiva. L’onda di questo carattere distruttivo, generato da una stupida competizione che nessuno può vincere – i mondi delle generazioni separate affondano entrambi – va risalendo addirittura verso la pre-adolescenza. I tredicenni sparano e si accoltellano, senza neppure saper decifrare l’atto. Che cosa deve succedere ancora, per imporci un cambio di passo? La barriera dei due mondi va abbattuta: semplicemente e convintamente. L’umanità che ci è comune rimane viva e vitale, appassionata e creativa, soltanto nella totale contemporaneità delle generazioni. Questa contemporaneità è quella che rende la vita umana: non le età della vita. L’obiettivo comune è la felicità del villaggio, alla quale tutti portano qualcosa di essenziale: compreso lo scorrazzare dei bambini che non parlano neppure, o il ritmo riflessivo del modo con cui gli anziani parlano e si muovono.
Siamo ancora lontani da questo progetto: e quindi da un nuovo umanesimo. L’abitudine ai due mondi (che ha prodotto sciocchezze culturali, pedagogiche, affettive, sociali) è stata molto interiorizzata. E viene alimentata dal mercato, comprensibilmente, con gioioso entusiasmo. Il cristianesimo può forse trovare nel suo scrigno di cose vecchie e nuove, come dice la similitudine di Gesù (Mt 13, 42), capaci di dare una spallata a questo muro invisibile, che resiste di più di quelli di cemento?
Vincenzo Paglia, arcivescovo di lungo corso e uomo di sensibilità culturale aperta alle germinazioni pastorali della fede, ha messo cuore e penna nel progetto di scavare il solco di una possibile risposta in La vita e l’attesa (Vita e Pensiero, pagine 124, euro 9,00). La sequenza degli incarichi culturali e pastorali di alto profilo che lo hanno visto ai vertici di istituzioni cattoliche dedicate alla semina dello spirito evangelico nel campo della vita, della famiglia, delle relazioni di cura, è ora confluita nell’incarico – sia ecclesiale che civile – che lo vede impegnato in favore di una profonda riabilitazione umanistica delle fasi più anziane della vita. Con la tenacia del rabdomante che cerca l’acqua, la cui magia ci lascia sempre un po’ ammirati e un po’ increduli, Paglia ha deciso di scavare parti della vita umana che la depressione indotta dalla società delle prestazioni e dei consumi considera deserte, inospitali, prive di emozioni riservate all’età “grande”. E che cosa trova, scavando queste parti? Trova una straordinaria capacità di persuadere il mondo che è vile cedere alla disperazione del nulla tutto il ben di Dio della vita umana. Così faticoso da conquistare, così tenero e struggente da coltivare. Certo, si tratta di volerlo. Ma non è così impossibile. Quando la vecchiaia trova l’energia di questa sfida ci comunica la sua segreta convinzione che “il bello deve venire”, ci si spalanca la mente. Nell’età prossima al congedo estremo, qualcuno ha il fegato di rendere questa testimonianza: non posso dimostrarlo, ma sarebbe orribile pensare che le fatiche più belle che la vita ha fatto per stare al mondo non fossero risarcite e salvate da una vita non più terrena che deve rendere loro onore. Come è vero Dio.
Il bello è che Dio è vero, ricorda Paglia. Il puntiglioso risarcimento dell’ingiustizia e la perfetta conciliazione dei nostri affetti più sacri e più cari, sono la sua promessa. Si è svenato il Figlio per persuaderci che non è nella vendetta e nella rappresaglia, bensì nell’amore più tosto che abbiamo, che questa nova vita si aprirà.
Non una sola ferita di bambino rimarrà, senza essere seppellita nella vergogna. Non un solo bicchiere d’acqua, offerto a qualcuno che non parla la tua lingua, verrà dimenticato. Il mondo che vive nell’intimità di Dio, dopo la morte, sarà bellissimo da abitare. Pieno di sorprese, allegro come un banchetto di nozze, incantato come un castello di pietre preziose che scende dal cielo. Nell’età del congedo, purché le generazioni vivano in stretta contemporaneità l’unico mondo umano che tutti abbiamo, questa testimonianza ha un tale carico di dignità, di rispetto, di ammirazione, e di tenerezza, che sembra impossibile sottrarsi. Questa testimonianza è persuasiva, proprio perché viene dall’umano che si sottrae alla competizione delle generazioni, pieno di allegrezza della loro fioritura nel suo stesso tempo, sotto i suoi stessi occhi. Ed è una testimonianza che rianima l’endemica depressione del mondo giovanile chiuso in sé stesso, perché lo spinge all’allegra avventura di progetti di vita che anticipano la festa finale del villaggio, che entusiasma tutti: ciascuno secondo la sua età.
La parola cristiana non parla semplicemente di “un’altra vita”, di “un altro mondo”. Parla della definitiva allegria di “questa” vita e di “questo” mondo. Questa vita è la vita umana, che è vitale proprio quando le età della vita vivono in stretta contemporaneità di intrecci e in affettuosi complicità di progetti. E questo mondo è il mondo umano, che non si divide per età che cercano di superarsi e di abbandonarsi l’una con l’altra. Perché Dio si annoia della loro competizione e si lascia intenerire dalla loro complicità. E nulla è impossibile alla tenerezza di Dio, neppure l’oltrepassamento della morte.