«SOCIAL E GIOVANI? IL VERO PROBLEMA SONO I GENITORI»

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Ivano Zoppi, segretario generale di Fondazione Carolina e Pepita Onlus, non ha dubbi. «Gli abbiamo creato noi un parco giochi gratuito online. Adesso spetta agli adulti ricordagli che fuori c’è il mondo»

Una ricerca dell’Università Bicocca di Milano per il progetto EYES UP (https://www.benesseredigitale.eu/i-progetti/eyes-up/) evidenzia come, su un campione significativo di 6000 studenti in Lombardia, l’accesso ai social prima dei 14 anni comprometta il rendimento scolastico e renda più infelici i ragazzi. Ne parliamo con Ivano Zoppi, segretario generale di Fondazione Carolina e di Pepita Onlus.

Partiamo dal ribadire una cosa ovvia, ma che ovvia non è. A che età per legge ci si può creare un profilo social.

«Non prima dei 14 anni. O meglio, crearlo prima sarebbe illegale, come previsto dal Garante della privacy».

Perché 14 anni?
«Perché si ritiene che quella sia l’età in cui si è in grado di gestire la potenza di fuoco della rete e dei social».

E chi accede prima come fa?
«Usa una falsa identità o accede con quella dei genitori. Ecco perché dobbiamo chiederci dove sono mamma e papà mentre i figli usano i device e, se ci sono, che atteggiamento hanno verso l’accesso ai social».

Un pasticcio, quello dell’iper-connessione, scatenato dalla pandemia.
«Il Covid ha buttato giù buona parte delle barriere, perché tutti dovevano fare la chat di WhatsApp, avere google meet per le lezioni da remoto. Diciamo che la Dad ha aperto le porte all’uso scellerato dei profili anche da parte dei genitori più assennati. Perché c’era l’esigenza scolastica e perché era relegati in casa e ti sembrava la cosa più naturale da fare. Ma poi ci sono delle regole e quelle, come in un qualsiasi ambito educativo, non dovrebbero venire mai meno».

Una su tutte?
«Il tempo che si trascorre davanti agli schermi che non può essere a discrezione del ragazzo; lo smartphone che di notte deve stare in un’altra stanza rispetto alla cameretta; così come non deve stare a tavola con noi mentre si cena insieme, etc».

Quanto contano i genitori?
«Devono impegnarsi perché i figli abbiano un’alternativa coinvolgente, socializzante, all’aria aperta senza necessariamente guardare lo schermo. A che serve ipnotizzarsi nello scrolling, ovvero il movimento della mano e del polso che ti fa skippare i contenuti online? Abbiamo creato un mondo digitale, un parco giochi gratuito, mettendo delle regole e facendole eludere. Ecco che la critica principale allora dovrebbero farsela proprio gli adulti».

Perché, invece, i segnali che ci arrivano dai ragazzi sono incoraggianti.
«I ragazzi stanno reagendo, lasciano gli smartphone per usare telefoni che telefonino e basta. Si chiamano dumbphones ovvero il ritorno al cellulare. Sono proprio i giovani i primi a reagire alla sovranità dei social, stanchi di essere sommersi dalle notizie e dalle notifiche e di non poter essere in relazione con l’altro».

Perché questo è l’effetto di ritorno dei social, di intristire e far sentire più soli.
«Per forza. Vado sui social per vedere cosa fanno gli altri, che mostrano quel che fanno per farsi vedere appunto. Cerco un’interazione con lo schermo che è impossibile. Ecco allora che queste cose mi rendono infelice. Dobbiamo capire che i social sono uno strumento, punto. Diverso dai libri, per esempio, che sono mondi all’interno dei quali tu puoi sognare, immaginare e creare».

A che punto siamo arrivati invece oggi?
«Al punto che siamo diventati noi lo strumento dei social e della rete. Tanti ragazzi oggi non rispondo più al telefono, preferiscono gli audio o i messaggi di testo alla conversazione. Anche questo è un altro risvolto dell’essere diventati “strumento dello strumento”. Se mandi tre minuti di audio è chiaro che non vuoi il contraddittorio, vuoi solo consegnare quel che pensi tu all’altro. Il ritorno, invece, a una socialità edificante passa dal fare una riflessione su questi temi e darsi delle regole. Ma per farlo serve che noi adulti ci mettiamo in gioco. Dobbiamo chiederci se lo vogliamo fare».